Ambulatorio Fisioterapico Caruso
3 nov
2008

Osteoporosi, un problema anche per gli astronauti

La nostra struttura ossea è deperibile e viene devastata dall’assenza di gravità. La decalcificazione sarebbe il risultato dell’azione di una ridotta forza di gravità combinata con l’ipotrofia muscolare.

Nicole Buckley, Direttore del Settore Scienze fisiche e della vita presso l’Agenzia spaziale canadese, ha affermato che gli astronauti nello spazio possono perdere, in un mese, fino al 2 per cento della massa ossea, il che rappresenta una percentuale molto più elevata rispetto alla perdita di massa a cui sono soggetti i pazienti affetti da osteoporosi. E gli effetti tendono ad essere irreversibili. Nei viaggi spaziali gli astronauti vengono a trovarsi in condizioni di microgravità. Già nelle prime due settimane una grande quantità di calcio viene espulsa nelle urine (la cosiddetta ipercalciuria). Questi effetti collaterali inevitabili, finora non avevano mai rappresenato un problema reale, vista la relativa brevità delle missioni spaziali. Gli astronauti operano e vivono in condizioni di microgravità, ma allo stesso tempo svolgono una ridotta attività fisica. Il processo di decalcificazione ossea sarebbe il risultato dell’azione di una ridottissima forza di gravità combinata con l’ipotrofia muscolare. L’osteoporosi spaziale sembra però diversa da quella terrestre.

“Gli studi condotti sulle donne in menopausa - dice Prisco Piscitelli, direttore del laboratrio di ricerca sull’osteoporosi (Osteolab) - hanno dimostrato che l’assunzione regolare di integratori di calcio e vitamina D3, che aumenta l’assorbimento intestinale di questo elemento, è in grado di prevenire la perdita di massa ossea all’incirca dell’1% all’anno”. Al contrario, “gli esperimenti condotti sugli astronauti della missione Mir97 - ricorda Piscitelli - indicano che anche l’assunzione di elevate dosi di calcio e vitamina D3 non era in grado di frenare l’osteoporosi”. Secondo Giovanni Iolascon -  ricercatore fisiatra dell’Università Federico II di Napoli - “gli integratori “terrestri” non funzionerebbero tra le stelle. Neppure l’esercizio fisico o i farmaci sembrerebbero garantire gli stessi benefici sperimentabili ottenibilli sulla cara e vecchia Terra”. 

Per il professor Renato Dall’Aglio dell’Università Statale di Milano, Centro ozonoterapia del dolore neuropatico Ospedale S. Angelo Lodigiano, “l’ozonoterapia ha dimostrato la capacità di riparare  la carie dentale e di rigenerare nuova dentina inattacabile dalla carie, confermando e rinforzando le osservazioni dell’attività calcitonino-simile che agisce come stress ossidativo controllato, capace di potenziare gli effetti della Roentgenterapia di 2,4 volte. Il progressivo diffondersi dell’ozono nelle sindromi da conflitto disco radicolare conferma il concetto che uno stress radicalico controllato favorisce il metabolismo dell’osso. In definitiva il più breve tempo di ossificazione fatto registrare dalle immobilizzazioni instabili delle fratture delle ossa lunghe, sembra avallare il concetto che brusche variazioni di sollecitazioni compressive possano mimare il principio della ischemia-riperfusione alla base di tutte le reazioni di radicali liberi della fisiopatologia”.

“L’osteoporosi indotta da assenza di gravità non risponde ad interventi basati unicamente sullo stile di vita, ma necessita di interventi farmacologici con i farmaci oggi a disposizione  per l’osteoporosi e che in futuro andranno valutati con i modelli di assenza di gravità” conclude la professoressa Maria Luisa Brandi, ordinaria di endocrinologia e malattie del metabolismo dell’Università degli studi di Firenze.

 Il Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri -  Daniele Romano  - n.° 8  2008

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